Prevenire l'Alzheimer è meglio che curarlo

Cari ragazzi con questo approfondimento torniamo a parlare di una malattia che spaventa tutti: la demenza senile, nota come Alzheimer. È provocata dall'accumulo di una proteina, la beta-amiloide, che, formando delle placche in varie regioni del cervello, causa una degenerazione delle facoltà cognitive, privando progressivamente il malato dei suoi ricordi e della sua stessa identità personale (leggi anche: Il morbo di Alzheimer, la malattia che cancella i ricordi). Anche un'altra proteina, la tau, sembra essere coinvolta nella degenerazione neuronale che avviene nei malati di Alzheimer. Risultati recenti hanno dimostrato che le attività compiute dal cervello durante il sonno sono fondamentali per ripulirlo dagli accumuli di beta-amiloide (Ju et al., 2017). È stato inoltre osservato che i malati di Alzheimer sono spesso affetti da disturbi del sonno (leggi anche: Il sistema glinfatico e il sonno). Un'altra recente ricerca ha dimostrato che stimolando il cervello di topi malati di Alzheimer con onde cerbrali di tipo gamma, si può ottenere un'attenuazione dei sintomi (Iaccarino et al., 2017). Tuttavia, nonostante i progressi della ricerca abbiano permesso di avere un quadro più chiaro delle basi molecolari della degenerazione cognitiva, finora nessun farmaco si è dimostrato efficace per la cura di questa terribile malattia. L'Alzheimer spaventa non solo i singoli individui ma anche i governi dei paesi più sviluppati, dove l'aumento dell'età media della popolazione dai 45 anni d'inizio '800 agli 80 di oggi in Europa, pone in primo piano il grosso problema della crescente spesa sanitaria. Infatti, dopo i 60 anni, la maggior parte delle persone è affetta da almeno un disturbo cronico. Negli Stati Uniti il 32 % circa degli ultra 85enni ha avuto una diagnosi di Alzheimer o demenza senile associata a disturbi vascolari, circa un milione di persone soffre di demenza senile in Italia, di cui 600000 di Alzheimer, a livello mondiale sono 50 milioni. Se non si riuscirà a fermare questa malattia, saranno 130 milioni i malati di Alzheimer nel 2050.

Le proteine beta-amiloide e tau sono alla base dei danni ai neuroni nella malattia di Alzheimer.
(Guarda l'animazione per capire le basi molecolari dell'Alzheimer)

L'Alzheimer non si può curare, ma si può fare qualcosa per rallentare il decorso o prevenire questa malattia? Sembra poprio di sì. Nel 2015 sono stati pubblicati i risultati di uno studio chiamato FINGER (Finnish Geriatric Intervention Study to Prevent Cognitive Impairment and Disability) in cui 1260 volontari finlandesi tra i 60 e i 77 anni, con fattori di rischio per la demenza senile più elevati della media, sono stati sottoposti ad uno studio controllato e in doppio ceco al fine di capire gli effetti sulla salute cognitiva dovuti a miglioramenti nella dieta, nell'esercizio fisico e mentale e al monitoraggio regolare della salute cardiovascolare. In uno studio controllato e in doppio ceco i partecipanti sono assegnati casualmente al gruppo di trattamento o a quello di controllo e né i ricercatori, né i partecipanti sanno chi sia stato assegnato a quale gruppo. In questo modo si evitano influenze sui risultati e si cerca di stabilire rapporti di causa-effetto tra le variabili in gioco, in questo caso dieta, esercizio fisico-cognitivo e diminuzione del rischio di demenza senile. Le persone sottoposte al trattamento seguivano un regime alimentare equilibrato in proteine, grassi, carboidrati, fibre alimentari, sale con consumo limitato di acidi grassi saturi e trans (come quelli della margarina), zuccheri raffinati e alcool. Gli alimenti principali erano frutta, verdura, cereali integrali, olio di semi di colza, pesce. L'unico supplemento che veniva fornito era la vitamina D. Ogni settimana i volontari effettuavano due o tre sessioni di esercizi fisici: allenamento muscolare, esercizi aerobici e posturali. Inoltre dovevano usare un programma al computer per svolgere esercizi cognitivi allenando così la memoria e la velocità di elaborazione. Al termine del programma, durato due anni, entrambi i gruppi sono stati sottoposti a test di verifica dei risultati raggiunti. I ricercatori hanno concluso che il gruppo di trattamento ha avuto un miglioramento dell'83 % più alto del gruppo di controllo nelle funzioni esecutive, del 150 % nella velocità di elaborazione mentale e del 40 % nelle prove di memoria. In particolare gli individui che avevavo una variante genetica (APOEe4) che aumenta il rischio di Alzheimer hanno ricevuto più benefici rispetto agli individui privi di questo allele.

Nel 2030 il costo sanitario stimato per l'Alzheimer salirà all'enorme cifra di 2000 miliardi di dollari americani!
(Immagine ripresa da McDade and Bateman, 2017)

Gli scienziati hanno quindi capito che è la prevenzione l'arma vincente contro l'Alzheimer. I farmaci da sperimentare sono quelli che possono agire precocemente quando il paziente non ha ancora perso la memoria, ma le placche di beta-amiloide sono già presenti nel suo cervello. Lo studio finlandese dimostra inoltre che è importante educare la popolazione ad una prevenzione ancora più precoce.
A partire dai primi anni '80 del secolo scorso, i medici iniziarono a trattare con la statina le persone affette da una rara malattia genetica, l'ipercolesterolemia familiare, che portava il colesterolo ad un livello molto alto e la morte sopraggiungeva per problemi cardiovascolari intorno al trentesimo anno di età. I bambini portatori di questa patologia trattati con statina fin dall'infanzia riuscirono a vedere la loro vita allungata di 15-30 anni. Adesso i medici vogliono trovare la "statina" dell'Alzheimer. Gli scienziati conoscono molte mutazioni che predispongono allo sviluppo dell'Alzheimer ed è stata scoperta anche una forma ereditaria, la DIAD (Dominantly Inherited Alzheimer's Disease). Ebbene, esistono volontari portatori di questo gene che si sono messi a disposizione della comunità scientifica, The Dominantly Inherited Alzheimer Network, per provare farmaci che blocchino la formazione delle placche amiloidi prima che si sviluppi la malattia. In Islanda è stata scoperta una popolazione portatrice di una mutazione protettiva nei confronti dell'Alzheimer. Infatti, in questi individui la beta-amiloide non può formare le placche. Grazie alle crescenti conoscenze molecolari e genetiche alla base di questa patologia, la via verso un farmaco che inibisca precocemente la formazione delle placche sembra percorribile. Tuttavia, ognuno di noi può fare qualcosa per prevenire l'Alzheimer o almeno diminuirne il rischio: mangiare seguendo una dieta equilibrata e mantenendo il proprio peso forma, fare sport, mantenere il cervello attivo, cioè studiare sempre, dormire bene!

Referenze

Kivipelto M., Håkansson K. (2017) Un raro successo contro l'Alzheimer. Le Scienze, 586: 56-61.

McDade E., Bateman R.J., (2017) Stop Alzheimer's before it starts. Nature, 547: 153-155.

Ngandu T. et al. (2015) A 2-year multidomain intervention of diet, exercise, cognitive traininig, and vascular risk monitoring versus control to prevent cognitive decline in at-risk elderly people (FINGER): a randomised controlled trial. Lancet, vol. 385, n. 9984, pp.2255-2263.

Ju et al., (2017) Slow wave sleep disruption increases cerebrospinal fluid amyloid-beta levels. Brain, 140: 2104-2111.

Iaccarino et al. (2017) Gamma frequency entrainment attenuates amyloid load and modifies microglia. Nature, 540: 230-235.

Manuela Casasoli (manuela_casasoli@yahoo.it)